Non sempre le bestie velenose sono quelle che immaginiamo

di Dora Vedova

Da Tempi glaciali (2015) era atteso un nuovo romanzo di Fred Vargas – pseudonimo della scrittrice francese Frédérique Audouin-Rouzeau – e dal 10 maggio scorso lo stuolo di fan si abbandona all’idillio del nono episodio della serie del commissario Adamsberg. Per ora solo i fan francesi però, perché in Italia, per Einaudi, non è ancora arrivato.

Nell’attesa, i fan italiani possono stare tranquilli: la scrittrice ha mantenuto la sua identità e soddisfatto le aspettative. Quand sort la recluse (letteralmente: Quando esce l’eremita) mescola i consueti intrighi in apparenza strampalati con fantasia letteraria e conoscenze zoologiche.

copertina di Quand sort la recluse, di Fred Vargas (Flammarion, 2017)

Questa volta Adamsberg e i suoi, dai caratteri ben delineati che li rendono familiari, sono alle prese con strane uccisioni attribuite ai morsi del “ragno eremita”, che però si scopre essere per lo più innocuo. Quella animale è una presenza immancabile:

«Quando cade il muro tra umanità e bestialità e l’uomo ne invade il territorio, si crea un romanzo giallo. È naturale che gli animali incrocino il mondo degli uomini e gli uomini la bestialità»1.

I dialoghi spiritosi e intelligenti rispettano esigenze di realisticità, così come le situazioni, la trama e i delitti. Vargas presta una minuta attenzione alla musica delle parole, ed è qui che spicca la sua peculiarità: i suoi gialli sono poetici (si direbbe un ossimoro), e per questa stessa caratteristica viene osannata dai più e disprezzata dai (molti) meno.

Colta e contemplativa, si schermisce con una sincera e disarmante modestia. Pur riconoscendo il suo successo (come non farlo, di fronte a milioni e milioni di copie vendute nel mondo!), non si ritiene una letterata, sostiene anzi che lo scrivere è qualcosa che le si impone da sé, scorrendole nella testa, e a cui lei resiste fino a che, snervata, cede. Così un’idea di delitto, un personaggio, un dialogo vengono tradotti in scrittura. Dal regno di intuizione, inconscio e sogno passa alla razionalità della composizione (la musica di cui sopra):

«Scrivere è prendere coscienza che ogni frase riecheggia sulla precedente e la seguente. È un equilibrio permanente… un lavoro di precisione e uno sforzo costante sul suono delle frasi e di ciascuna parola».

Se la fantasia di Fred Vargas è ampia, affascina la sua singolare interpretazione antropologico-filosofica secondo cui il romanzo poliziesco è mitologia, nel senso che partecipa di un modello narrativo mitico-fiabesco-religioso tripartito in Ricerca dell’enigma, Riconoscimento del pericolo e Soluzione, buona o cattiva, che coincide nientemeno che con la conoscenza. I gialli sono romanzi a enigma che riflettono simbolicamente la società: i lettori – come veri e propri ricercatori – arrivano sempre a un sapere superiore, e il risultato può essere addirittura catartico, come nei miti.

Riporto e sottoscrivo, per concludere, una felice considerazione di Beppe Sebaste:

«I romanzi di Fred Vargas danno felicità, quel dono di una vita parallela e in qualche modo preferibile che la buona letteratura offre».

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1Per le fonti dei virgolettati riportati in questo articolo si veda qui e qui.
 

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