di Dora Vedova

Liv Strömquist è conosciuta in Italia per Il frutto della conoscenza, unico suo titolo tradotto, uscito per Fandango nel 2017. In Francia invece vengono pubblicate parecchie opere della fumettista svedese: l’ultima traduzione francese, I’m every woman (Rackham, 2018), corrisponde in realtà a uno dei suoi primi lavori, di quando l’autrice era appena ventenne, nel 2008.

Ripensando a quel lavoro, Liv Strömquist, che oggi di anni ne ha quaranta, afferma che da giovani si è più diretti, più punk, si dice quel che si pensa fuori dai denti, fregandosene delle conseguenze. Ed è probabilmente così che si è formata da fumettista autodidatta, scrivendo storie per sé e le sue amiche senza avere problemi di censura o autocensura.

L’interesse per le questioni di genere è iniziato da adolescente, quando si è accorta che per ragioni culturali le donne tendono sempre a seguire gli uomini, ad accompagnarli passivamente. Da allora ha deciso di impegnarsi attivamente, iniziando a scrivere e disegnare, senza immaginare che avrebbe presto fatto carriera e incarnato una delle penne più intelligenti e divertenti del fumetto contemporaneo.

I’m every woman nasce proprio dalla riflessione sul famoso detto secondo cui dietro – e non davanti, naturalmente – ogni grande uomo ci sarebbe sempre una grande donna, che rimane però relegata nell’ombra. Così, con sarcasmo e sfrontatezza, la giovane Liv inizia una ricerca in cui passa in rassegna testi storici, filosofici e sociologici, miti e testi sacri fino a fonti più recenti e secolari come alcuni episodi della serie televisiva Friends, per arrivare a esporre una classifica dei peggiori fidanzati della storia.

In testa troviamo dei veri e propri big, come Edvard Munch, Pollock, Mao ed Elvis Presley: quest’ultimo pare tenesse praticamente prigioniera la sua giovanissima moglie narcotizzata. E ancora: Ingmar Bergman, che ha sì lasciato ai posteri un’opera magistrale, ma anche una decina di figli di cui non si è mai curato, affibbiandoli alle rispettive madri, tutte talentuose donne di cinema tra i venti e i trent’anni più giovani di lui che, guarda caso, dovettero interrompere la carriera per star dietro ai bebè. Strömquist non tralascia nemmeno Homer Simpson e Barbapapà: perché il papà può essere obeso, rosa e molliccio, mentre la mamma deve essere giovane, nera e sexy?

I’m every woman parla di donne brillanti le cui vite hanno preso una brutta piega a causa di mariti e fidanzati altrettanto brillanti, ma incapaci di portar loro rispetto. Liv Strömquist lancia frecce avvelenate all’ordine patriarcale nel suo stile sempre ironico, pungente e insieme leggero e divertente, esplorando i dispositivi di dominazione che si annidano negli angoli più nascosti e impensati. Attacca i tabù, respinge le frontiere di ciò che è ritenuto socialmente indegno di essere discusso in pubblico, come ad esempio le mestruazioni. E lo fa bene, meritandosi riconoscimenti prestigiosi come il premio per la satira Ankan assegnato dall’Expressen.

Quest’anno è stata invitata a esporre nella metropolitana di Stoccolma i suoi disegni in bianco e nero con emergenti macchie rosse di donne e ragazze mestruate. Le polemiche non sono mancate.

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